Siamo animali sociali e in quanto tali abbiamo bisogno degli altri per stare bene. Non a caso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità inserisce tra gli elementi che determinano la nostra salute e il nostro benessere, l’avere delle relazioni soddisfacenti. Per fare questo, cioè per creare relazioni soddisfacenti con gli altri, relazioni basate sull’onestà e sull’empatia, nelle quali i bisogni di tutti vengono soddisfatti, una capacità importante da possedere o da sviluppare è quella di saper riconoscere i bisogni che stanno dietro i nostri sentimenti.

Come si fanno a riconoscere i bisogni che stanno dietro ai nostri sentimenti?

Innanzitutto è necessario prendersi la responsabilità dei propri sentimenti.

Ad esempio si può esprimere delusione dicendo:

– “Mi hai dato un dispiacere quando ieri sera non ti sei fatto vedere”.

Oppure:

– “Quando non sei venuto, mi è dispiaciuto, perché avrei voluto parlarti di alcune cose che mi turbavano”.

Mentre nel primo caso stiamo attribuendo la responsabilità per il nostro dispiacere soltanto al comportamento dell’altra persona, nel secondo caso, invece, colleghiamo il nostro sentimento di dispiacere al nostro desiderio personale che non si è realizzato.

Non sono quindi gli eventi di per sé a determinare le nostre reazioni emotive, ma sono le nostre convinzioni su quanto sta accadendo.  I nostri sentimenti derivano dai nostri bisogni e dalle nostre aspettative in quel momento e dal modo in cui “interpretiamo” quello che gli altri dicono e fanno.

Come reagisci ai messaggi negativi delle altre persone?

A tutti noi capita di ricevere dei messaggi negativi da altre persone, ma non tutti reagiamo allo stesso modo. Generalmente ci sono 4 modi di reagire. Ad esempio, se una persona arrabbiata ci dice: “sei la persona più egocentrica che io abbia mai incontrato!”, possiamo:

  • Prenderla sul personale ed incolpare noi stessi. In questo primo caso interpretiamo il messaggio negativo come una critica, o un’attribuzione di colpa, e accettiamo il giudizio dell’altra persona, dando la colpa a noi stessi. E quindi potremmo ad esempio pensare o dire: “Oh, avrei dovuto mostrarmi più sensibile!”.
  • Prenderla sul personale ed incolpare gli altri. In questo secondo caso, interpretiamo sempre il messaggio negativo come una critica, o un’attribuzione di colpa, ma non accettiamo il giudizio dell’altra persona (ci arrabbiamo) e passiamo al contrattacco, criticando e attribuendo la colpa al nostro interlocutore. Ed ad esempio potremmo ribattere: “Non hai alcun diritto di parlare cosi! Proprio te che sei un egoista e pensi solo a te stesso!.
  • Percepire i nostri sentimenti e bisogni. In questo terzo caso, ci concentriamo sui sentimenti che il messaggio negativo ci suscita e sui nostri bisogni sottostanti. Ad esempio, potremmo dire: “Quando ti sento dire che sono la persona più egocentrica che tu abbia mai incontrato, mi sento addolorato, perché ho bisogno che i miei sforzi nel tener conto delle tue preferenze siano in qualche misura riconosciuti”.
  • Percepire i sentimenti ed i bisogni dell’altro. Infine in questo quarto caso, ci concentriamo sui sentimenti ed i bisogni nascosti nel messaggio negativo mandatoci dall’altra persona. Ad esempio, potremmo rispondere: “Sei amareggiato perché hai bisogno che le tue preferenze siano tenute in maggiore considerazione?”.

Ti esprimi in termini di bisogni?

Ti capita spesso che i tuoi bisogni, desideri, aspettative, speranze o valori non vengano soddisfatti?

Molto probabilmente è perché non li esprimi in modo diretto, ma interpretando o diagnosticando il comportamento delle persone a cui ti stai rivolgendo. E così facendo, le persone tenderanno a percepire una critica e, invece di aprirsi ed essere empatici verso di te, si metteranno sulla difensiva, pronti a contrattaccare.

Viceversa, se riesci a collegare i tuoi sentimenti ai tuoi bisogni, le altre persone tenderanno a risponderti con empatia.

Purtroppo non siamo abituati a pensare ed esprimerci in termini di bisogni, non lo insegnano né a casa né a scuola. Mentre siamo abituati  a puntare il dito sulle altre persone, a dare loro la responsabilità (colpa) quando i nostri bisogni non vengono soddisfatti. E questo è il miglior modo per non soddisfare i bisogni di nessuno.  Come ad esempio, quando facciamo leva sul senso di colpa per cercare di soddisfare un nostro bisogno. Se, ad esempio, una mamma dice: “mi fai stare male quando prendi dei brutti voti a scuola”, sta in realtà dicendo che le azioni del figlio sono la causa della sua felicità o infelicità, scaricando su di lui la responsabilità dei suoi sentimenti e facendolo sentire in colpa.

Per evitare questo, cioè per non dare agli altri la responsabilità dei nostri sentimenti, quello che dobbiamo fare è collegare il nostro sentimento con il nostro bisogno e, a livello linguistico, dire: “Mi sento …. perché io ….”

Ad esempio: “Quando non finisci il tuo pranzo, la mamma si sente triste, perché (io) desidero che tu cresca forte e sano”.

In che stadio sei nel percorso verso la responsabilità emotiva?

Come abbiamo visto, non sempre ci prendiamo la responsabilità dei nostri sentimenti, ma tendiamo spesso a scaricarla sugli altri, con risultati, a livello relazionale, non sempre soddisfacenti.

Nel percorso che porta ad uno sviluppo della responsabilità emotiva, generalmente sperimentiamo 3 stadi, relativi al modo in cui ci relazioniamo agli altri:

  • La “schiavitù emotiva”. In questo stadio ci sentiamo responsabili dei sentimenti delle altre persone e che dipende da noi se gli altri sono o meno felici. E se non lo sono, ci sentiamo obbligati a far qualcosa al riguardo. Questo può essere molto nocivo nelle relazioni più strette, perché ci può portare a sperimentare le persone a noi più vicine come dei grossi “fardelli”.
  • Lo “stadio scontroso”. In questo stadio siamo stanchi, anzi stufi e a volte perfino arrabbiati, di dover “cercare di aggiustare le cose a nostre spese” e non vogliamo più essere responsabili per i sentimenti degli altri. In questa fase siamo arrivati ad essere consapevoli che non siamo noi i responsabili dello stato emotivo delle altre persone, ma dobbiamo ancora apprendere come essere responsabili verso gli altri senza che questo sia emotivamente schiavizzante. In questa fase non è raro sperimentare, oltre alla rabbia, anche paura e senso di colpa per avere dei propri bisogni e questo ci porta spesso ad esprimerli, i bisogni, in modo rigido e ostinato.
  • La “liberazione emotiva”. In questa ultima fase abbiamo imparato ad esprimere i nostri bisogni senza difficoltà e in modo rispettoso dei bisogni degli altri. Rispondiamo ai bisogni altrui, non per senso del dovere, senso di colpa, paura o vergogna, ma per empatia. Siamo ora in grado di accettare la responsabilità delle nostre azioni ed intenzioni, ma non accettiamo la responsabilità dei sentimenti degli altri. E ci è ben chiaro che per instaurare e mantenere relazioni soddisfacenti con gli altri, non possiamo soddisfare i nostri bisogni a spese di quelli delle altre persone.

 

Per approfondimenti:

Le parole sono finestre (oppure muri) di M. B. Rosenberg, ed. Esserci